sabato 8 aprile 2023

DA DOVE NASCONO I NOMI DEGLI ANIMALI IN FRIULANO? PARTE 5

    GLI ANIMALI PARTE 5

Oggi parliamo del 

CAVALLO, 

del PONY, 

del TALLONE, 

delle BALZANE, 

del MULO, 

dell'ASINO, 

del BASTARDO e 

del BASTO.

Due righe per chi ha letto gli altri 4 post sugli animali. Se notate c'è una strana continuità logica tra le lettere dentro alle parole e a tutti gli animali che sto citando. Questo vale per ogni parola del dizionario friulano (35000 parole in toto circa, o 27000 se escludiamo quelle importate) e anche in ogni parola delle varianti della lingua friulana non ancora aggiornate nei dizionari. Non solo, vale anche per i dizionari esteri e nazionali di altre lingue dei quali va valutato il gesto che produce un suono e non il suono per se stesso e men che mai la grafia dello scritto, dato che un simbolo non ha un valore universale e spesso crea grandi confusioni per uno straniero che approccia una lingua diversa dalla sua. Anche se non è evidente questo vale anche per gli stessi locutori madrelingua che solo con la pratica appianano il problema. Un esempio per noi la lettera C di casa e di ciao la pronunciamo correttamente al di là che il simbolo C sia lo stesso e si pronuncia in modo differente a seconda dei casi. Il tutto con un unico neo: non sempre conosciamo come si sono evolute le parole più articolate dato che ci manca il gestuale del tempo in cui è nato un concetto, i modi di dire e il punto di vista.  Ma grazie alle conoscenze attuali della parola e la sua contestualizzazione riusciamo a capire come nasce. 

Oggi nel cercare il punto di vista del tempo possono essere ricostruiti i gesti. Questo significa che non sempre centriamo l'idea del tempo ma essendo che la quantità di risultati coerenti é molto alta abbiamo consapevolezza che la strada é quella giusta. Va solo arricchita di dettagli utili. Con questo metodo più dati si mettono vicini tra di loro e più diventa chiara la storia della parola di ogni popolo. Per capire meglio cosa intendo dire, più in là farò dei post esempio dedicati che mostrano come esigenze primarie come caldo e acqua abbiano creato, nell'italiano, dei verbi irregolari nel momento che un popolo é passato da cacciatore e raccoglitore ad agricoltore stanziale imparando anche delle logiche di terzi. L'esigenza di trasportare l'acqua a casa o nei campi ha creato nuovi concetti come l'avere, l'andare, il volere, il venire a prendere l'acqua/liquido V, o altri verbi legati al caldo in casa o al vestiario caldo U. Per questo l'enigma del verbo irregolare oggi è svelato. Si trattava di discorsi tra più persone poi resi grammatica. Un verbo in genere nasce per un esigenza ben precisa che evolve con l'evolversi di una civiltà. "Avere" da non confondere con l'abere latino, si tratta di un associazione errata data da un antico capire  fischi per fiaschi, creando la propria evoluzione linguistica da ciò che si è capito di un altra lingua e non cosa significasse. Se notate il bere e l'abere sono molto simili portando i dotti del tempo a creare un verbo dalla necessità dell'acqua ma senza capirne l'errore di traduzione. Un po' come il camper che è un termine inglese che significa campeggiatore, inteso come persona e non di sicuro un mezzo come noi abbiamo capito e fatto nostro.

Ricordo a chi approccia questo documento per la prima volta che vi aiuta a capire meglio il video su: 

https://youtu.be/7VnZfpqr72U copiando questo indirizzo. 

Le parole scomposte sono il risultato di una matrice matematica creata nel friulano. Per il resto buon viaggio tra le parole.

Se volete usare la matrice in autonomia è presente nel blog copiando questo indirizzo: 

https://www.blogger.com/blog/post/edit/2814926905462346140/8272615939925059822

Potete stamparla e giocarci anche con i bambini. 

Come al solito la lettura delle singole lettere va da sinistra a destra invertendo i primi due termini. La lingua celtica sottostante nel friulano utilizzava una logica differente da quella odierna.


Ma veniamo al dunque, oggi iniziamo parlando del 

CAVALLO

Per discutere di questo animale servono delle premesse equestri. Sopra il metro e cinquanta centimetri al garrese si può parlare di cavalli. Al di sotto di tratta di PONY. Il garrese é quell' osso che sta di fra mezzo tra schiena e collo del cavallo. Quasi tutti i cavalli che vedete in giro sono in realtà pony anche se nel credo odierno popolare e rurale si tende a dare del pony ai cavallini per bambini. Sia mai dire al cowboy nostrano che monta un pony, tra le gambe ha una cosa grande e basta! Ma di fatto di PONY si tratta. 

Per le popolazioni celtiche l'altezza al garrese del cavallo era un fatto di fondamentale importanza. Non avendo ne staffe e ne selle dovevano saltarci su e un animale troppo alto non sarebbe stato comodo da cavalcare. Cosi gli animali più grandi erano destinati tipicamente al tiro di carri o al lavoro agricolo in genere, creando anche una selezione sull' indole. Un cavallo a sangue caldo nel lavoro crea disagi e rischi intollerabili in tempi dove gli ospedali erano assenti. Così per secoli/millenni si sono selezionati cavalli calmi. Sopra ai 170 cm al garrese erano cavalli da carrozza. Gambe lunghe e posteriori potenti permettevano di percorrere lunghi tratti con discreta forza. Tra i 160 e i 170 cm animali agricoli per boscagione e lavoro nei campi. Di recente con il TPR (tiro pesante rapido italiano) si sono selezionati cavalli dai 150 ai 160 cm. Più piccoli dei cugini Norici e Bretoni dai quali discendono.  I TPR erano animali destinati alle paludi che avevano il petto basso come i buoi. A differenza di tutti gli altri che nel fango morivano questi riuscivano grazie al petto prominente ad appoggiarlo a terra sfilando le zampe dal fango per procedere. La selezione del TPR é stata lasciata a metà. Oggi lo si sta riselezionando per uso sportivo, nel Tiro dei calessi moderni e il lavoro agricolo. Dopo un periodo buio dato per l'uso a fini alimentari si sta riprendendo con nuove estetiche e forme.  

La parola CAVALLO, CHEVAL o CIAVAL erano quelle più usate dai celti, ma ne esistono anche altre che indicavano o mansioni precise o altri dettagli. Proprio perché la la lingua non aveva ancora maturato il concetto dei nomi.

CAVALLO in friulano CIAVALcosa qui fare andare grande ↔ grande andare, fare cosa qui. La parola  VAL VAL-LE in italiano sta nella parola CA-VAL-LO o nel friulano nella parola CI-A-VAL. VAL significa acqua fare grande. Cosa tipica delle valli. Se ci pensate esistono anche le valli da pesca. Negli esseri viventi si sa che l'acqua è l'elemento principale e un cavallo da 800 kg ne ha 480 d'acqua/liquido. Nel tempo il fare acqua diventa un andare un VA ed è un attimo a dire che VA-L è un andare grande L'acqua é un liquido che vedevano spesso in movimento nei fiumi e dovevano spostarlo dove serviva. Da qui la nascita di una parte del verbo ANDARE che come ho detto sopra, come uno specchio, riporta fedelmente discorsi antichi.

VAL o meglio VA-L andare grande darà i natali a molte parole. La parola VALLATA é ancora più dettagliata dicendoci superfice fare, fare grande, grande acqua fare. Qui le parole mostrano quell'attenzione geologica oggi sottovalutata.

Se noi non conoscessimo la differenza odierna dei due nomi, cavallo e pony, mancando il contesto la frase sembrerebbe senza senso ma con un cavallo più piccolo il senso torna. La parola "cavallo" è presente anche nella lingua celtica transalpina come CIAVAL o CAPAL e oggi significa sempre cavallo da tiro ma nasce da assonanze che partono da concetti differenti. Lo troviamo anche in caledone come CAPULL e in irlandese CAPAL che ha un altra origine anche se sembra simile e sta indicare un "grande fare punta assieme fare".  Qui si apre un mondo dato che quel cap intende la testa/ il capo e creerà parole come capo, capire, capiente, capelli, capezzoli e così via. Tutte parole legate tra di loro. CAP-AL  che fa una testa grande o lo si vuole con una testa grande, di gran cervello. Termine che i celti creavano in molt modi come Brenno o Brein che nascono dagli stessi concetti. Ma non solo, pochi sanno che il muso /testa dei cavalli che stanno al freddo ha un setto nasale molto più grande per riscaldare l'aria. Elemento fondamentale per la sua salute. Contemporaneamente, anche se per noi ininfluente, che il cavallo venga o no ben nutrito, la testa è l'unica che cresce sempre al di la che il corpo rimanga di dimensioni ridotte. I cavalli hanno questa caratteristica. Se il cibo si riduce in fase di sviluppo si riduce la crescita di tutto il corpo tranne la testa che si sviluppa comunque. La prole, dei cavalli rachitici, se nutrita bene tornerà di dimensioni adeguate alla testa non sembrando per nulla al genitore. Questi dati sono stati tratti da dei documenti di genetica vetrinaria che mi ha dato il Dott. Thomas Druml dell'Univ. di Salisburgo e resi disponibili a tutti i contadini d'oltralpe. Che da sempre vedevano questi effetti. Già! Gli allevatori austriaci parlano di genetica come se fosse cosa normale per capire come selezionare i propri animali che devono avere cervello e fisico. 



In foto la mia Elina che mi ha permesso di farmi una gran cultura in merito ed è colpa sua se ho iniziato questi studi quando era ancora una puledrina. Nella foto siamo in Austria dove la misura al garrese è di grande importanza ancora oggi per le valutazioni.


Ora vi chiedo di fare una gran attenzione a dove i piedi dei cavalieri arrivano sul costato delle mie cavalle. Questo è fondamentale per capire molte cose dato che per salire li sopra serve l'aiuto di una persona o un rialzo e senza staffe un costato cosi largo fa finire gambe all'aria con facilità perché non ci si lega a lui con le gambe. Questo ci permetterà di capire meglio l'altro termine. Il PONY.

PONY/P-ON-I punta sopra qui, l’uomo si definiva una punta dato che era ed è l’unico animale eretto, e definiva gli stessi piedi punte a differenza delle mani che le considera cose per prendere o meglio per creare o agire. MA= me fare, termine presente nella parola MANO o MAN in friulano o semplicemente MA in catalano.  Questo fatto di riconoscere d'essere un essere eretto nasce da moltissimi particolari. Nella lingua friulana e il più importante é proprio la parola uomo che in friulano si dice OMP puntata perimetro me. In breve per loro l'uomo era descrivibile come se stesso eretto/bastoniforme su un perimetro, una zona.  Contemporaneamente se cambiavano i gesti l'uomo, il maschio e non la specie era quello che sul perimetro aveva una punta/oggetto bastoniforme detto bimbino.🤣🤣🤣. Non per nulla la parola PENE contiene la P.  Anche qui la possibilità di utilizzare un termine che calza in più concetti é tipico di questa lingua. Per capire le ambiguità basta pensare alla parole baciare e bussare che in friulano si dicono entrambe BUSA'. La domanda del perché siano uguali ha risposta nella matrice interna e in ciò che indicavano. Gli inglesi su queste cose ci faranno lo humor anglosassone e noi ci faremmo le "freddure". La stessa frase, più era funzionale a descrivere le caratteristiche di qualche cosa allo stesso modo e più creava i presupposti per trasformarsi in parola finita. Un po' come per la parola polpo che si lega a polis(tanto molto) ma contemporaneamente se scomposta ci dice perimetro punta tanto punta perimetro. Sto animale é pieno di punte/cose bastoniformi/tentacoli. Ma é anche pieno di ventose che si descrivono sempre con la P che indica anche un bozzo e la si può utilizzare anche nella parola CHIAPPE. 

In Italia ma non ovunque 149/151 cm sono l’altezza massima convenzionale che determina li criteri di selezione dei pony. Per salirci sopra con un balzo avrebbero detto per l’appunto ON. In italiano si direbbe porsi, in friulano PONI-SI, che ingloba la parola pony, andare sul pony.  Le due misure 149/151 sono con e senza ferratura. Per dire PORRE in friulano si dice PONI.




Ora guardate i piedi di Irene e quelli della statuetta. Chiaro il concetto?

Confrontati il cavallo è il pony, si nota subito che il piede del cavaliere sul cavallo rimane particolarmente staccato da terra. Questo non agevola la salita a dorso. In epoca celtica non erano ancora arrivate le staffe. Per salire a pelo bisognava sapere saltare molto in alto. Nella statuetta celtica, come in moltissime statuette celtiche, il cavaliere ha i piedi che sono molto più bassi del costato del cavallo. Questo ci permette di sapere che si tratta di un pony, come quello in foto dove compare, su un cavallo grigio camargue all’Isola della Cona in Friuli-Venezia Giulia Irene Sguassero. I cavalli bianchi si dicono grigi, non è un errore. I cavalli camargue sono alti dai 135 ai 150 cm al garrese, sono considerati cavalli ma di fatto rientrano convenzionalmente tra i pony.


Riassumendo se il cavallo CI-A-VA-L, cosa qui fare grande andare, e il P-ON-I qui punta sopra, (cavalcabile), pare chiaro che uno è montabile/crea facilità a salire e l’altro no dato che va grande.

Questo crea un’evidenza che è ancora oggi già palese nei fatti nel mondo equestre, ma non così palese come le stesse parole mostrano a chi non è del settore.

La parola ίππο IPPO greca è similare, parla di due punte e presumo siano i piedi su un perimetro, qui punta punta perimetro. Si nota la vicinanza tra i concetti celtici detti con frasi differenti. Tra i greci l’uso del cavallo era al pari del pony celtico, ossia un animale da cavalcatura. L'omologo del cavallo è in greco l'άλογο àlogo, che guarda caso cita perimetro avere grande, perimetro grande fare. Un modo per dire che è grande e ci si lavora tanta terra/tanto perimetro. Ma anche qui ci manca il gestuale per capire che cosa indicassero con il dito.

EQUUS in latino non ci mostra una affinità alla cavalcatura. Lo si considera come detto in precedenza una cosa che assieme scalda, un animale d’affetto del tempo, o con più facilità un animale da soma per far legna. EQU, essere assieme caldo, US caldo molto che da il maschile indicando il temperamento.

I romani utilizzarono da sempre grossi contingenti di cavalleria provenienti da altre popolazioni. L’allevamento equino non era inizialmente una loro caratteristica fondante. Erano più abili affaristi che uomini di cavalli, ma sapevano trattare con i mercenari.

Con la stessa matrice troviamo la parola latina EQUULUM che vuol dire mare e questo come altre parole chiarisce che c'è un legame tra il cado e questi nomi. La temperatura media dell'acqua a Roma in inverno raggiunge i 15°C, in primavera 16°C, in estate la temperatura media sale a 25°C e in autunno è di 22°C. Una piscina riscaldata ha tra i 24 e i 28 °C. Per la tempra fisica del tempo erano temperature calde. I nostri vecchi in Friuli avevano case con temperature invernali molto più prossime allo zero e la temperatura dei fiumi stava sempre al di sotto dei 13 °C. Non per nulla si usavano i mattoni caldi da mettere nel letto e in tempi antichi i celti rimanevano divisi dall'Italia grazie al ghiacciaio perenne che erano le alpi. di sicuro i fiumi derivati erano freddissimi. In tempi più recenti, quando io ero piccolo, mi si diceva di pedalare per scaldare le lenzuola, e tranquillamente i 10/12°C erano una temperatura normale di una casa riscaldata ancora negli anni 70. La parola sonno SUN significa non freddo o su vuoto, sia andavano sotto le coperte al caldo, sia non stavano alzati, una sorta di svuotare ciò che sta eretto/in piedi/sopra. Spesso le logiche sottostanti a ciò che dicevano sono frasi che presentavano concetti con significati diversi, come ho detto sopra, ma sempre calzanti che creeranno nel tempo le nuove parole. Una sorta di come lo dici si capisce e cadi sempre li dato che è una cosa che fai. Di base credo che sia proprio questa la logica con la quale le parole nascevano, ossia qualsiasi cosa tu avessi capito alla fine era coerente con ciò di cui si parlasse. Questa cosa ce l'ha resa presente Diodoro Siculo nel primo secolo a.C. e risulta palesemente concreta. In breve "devi capire tu cosa intendo. Le mie parole ti danno indizi che devi decifrare". Questo perché le lingue non scritte erano molto immature e non ancora evolute da ridurre al massimo le incomprensioni. 

Vivere a lato di un mare che ha dai 15° ai 22°C implicava un basso sforzo per scaldare il proprio giaciglio dato che la temperatura ideale per vivere oggi va dai 19 ai 22°C. Dunque, il mare faceva la differenza per chi si allontanava dallo stesso. Cosa che noi definiamo il clima mite costiero.

Rimanendo in tema equestre abbiamo l’artiglio che in galiziano, in gaelico, irlandese, inglese, in slovacco, in serbo, rumeno, croato, ungherese, si dice "talon" detto talen. Ai friulani questo ricorda di sicuro il tallone che per l'appunto si dice TALON o TELON dipende dalle zone.  

Ora ci si domanda: che attinenza ha il friulano TAL-ON, superfice fare grande sopra, con l'artiglio, e poi perché unire l'uno all'altro? La risposta sembra ma solo sembra semplice e in parte viene dall’italiano, l'unghione del gallo si chiama sperone ed è un artiglio posto dietro il tallone. Il tallone per un cavaliere è il posto dello sperone, dell’artiglio che ogni cacciatore toglieva alle prede per farne un ornamento.

Lo sperone detto anche SPRONE servirebbe a spronare il cavallo.

La vicinanza tra malleolo e tallone/TALON-TELON ha creato, a causa dell'influenza latina e la perdita di cavalieri, quello che conosciamo, ossia una parola giusta che concepiamo oggi in modo errato. In sé stesso però ha conservato il suono originale in friulano e anche un dettaglio perso. Una volta i talloni avevano un callo spessissimo a causa del camminare scalzi sopra ogni cosa.  Callo che oggi è artificiale e sta nelle scarpe. Dunque TAL=superfice fare grande,(indicavo lo spessore) ON=sopra/su. Questo ne sfata la provenienza latina.

Contemporaneamente celti non usavano le staffe, ma conoscevano gli speroni fatti come un artiglio e portati sul tallone. Questo sperone nei galli era visto come un accrescimento da levare TALEN che si lega alle parole TAGLIARE o TAIA'.  In figura l’estetica di questi spuntoni. In merito la storia ricorda i celti come un popolo di cavalieri e di allevatori sia di cavalli che di pony e come i veneti molto legati ai dettagli a corredo di questi animali. Dandoci oggi parole come ciaveze, brene, comat ed altre.

In Italia i soli posti dove da sempre si sono allevati cavalli da tiro, e non solo da sella, sono guarda caso in FVG, in Trentino e presso le popolazioni ladino/dolomitiche. Va fatto notare che le zone di allevamento erano e sono situate dove sono presenti sempre guada caso i parlanti lingue retoromanze.

Le altre regioni sono arrivate dopo importandoli, come il Murgese in Puglia o il Tiro Pesante Rapido nato a fine 800 aggiungendo ai cavalli corsieri anche quelli agricoli.

Dunque, TELON, superfice essere grande sopra ↔ sopra superfice grande essere, spiega l’origine della nostra parola e il perché della fusione/accoppiamento ad una parola simile latina il TALUS che parla delle nocche supponendo, ma solo supponendo, si potesse estendere questo anche al malleolo. Nocche che di fatto hanno sempre la stessa logica. La cosa curiosa sta nel fatto che nell'inglese la parola TALL detto TOOL che significa alto cita: grande perimetro perimetro superfice. Questo dettaglio a suo tempo mi ha fatto impazzire per l'acume di questa gente. Immaginate un campo di 100 metri per 100 metri. Questo ha una superfice di 10.000 mq. Se il suo perimetro rimane stabile e questo campo si trasforma in una piramide di 50 metri d'altezza avremo una superfice sulle 4 facce di 14.142 mq. Si tratta di una logica sopraffina che oggi nemmeno ci sogneremo di concepire come racchiusa dentro ad una parola. 

La mia prima deduzione sullo sperone era errata e derivava dal fatto che il termine friulano TELON è conosciuto e affine al concetto di sperone/accrescimento, ma mancando nella parola la lettera P di punta non era così lineare la cosa, dato che dice che sta sopra il TEL creando una traduzione che io non avrei pensato mi portasse a valutare anche lo sperone. 


Il cavallo nella sua anatomia conserva ancora termini celtici come BALTAN che si tramuta nel friulano B-AL-Ç-AN-E/BALZANE bene fare grande cosa avere essere ↔ essere avere cosa grande bene fare, divenendo balzana in italiano.

Essendo i garretti parti delicate dei cavalli risulta palese che cercassero gambe robuste visibili nelle razze prodotte ancora oggi da queste popolazioni. Anche il BALZÀ fare cosa fare bene grande, non è un passo ma una cosa molto più grande, sempre in friulano, balzare in italiano nascono dal termine celtico antico, che mostra l’uso dei termini separati B-A-L . Dal balzare al ballare è un attimo.

Il mulo in latino mulus e da noi MUL me volere o meglio grande me caldo. Anche se le parole sembrano simili tra di loro(latino e friulano), una è più corta e l'altra se non è arcaica è importata, e come abbiamo potuto vedere, pare che le lingue galliche, seppure derivino dalla stessa matrice indoeuropea del latino, non hanno avuto modo di creare uno sviluppo che è tipico delle lingue trascritte ed è probabile che si tratti solo di matrice che crea facilità di comprensione tra due lingue sorelle. 



Nello scritto, c’è la necessità di creare aspetti migliorativi della linguistica per renderla comprensibile e senza margini interpretativi. Ossia, se si scrive, manca la componente gestuale e va integrata, creando un’evoluzione di significati dentro ai termini e ai contesti che è proprio la scrittura necessita d'imporre. Anche oggi una frase banale come ti amo, rischia, in assenza del contesto, della mimica e del tono, di essere fraintesa. Detta con un tono sarcastico assume un significato. Con fare pensieroso pare quasi un quesito, sebbene non sia una domanda esplicita.

I galli/celti, non avendo l’esigenza di affinare la linguistica, rimediavano con i fatti e le azioni immediate che si basavano per lo più sul “qui ed ora”, e i discorsi erano fatti faccia a faccia.

Tornando alla parola mulo si usava anche per definire i giovani nel triestino, che ancora oggi vengono chiamati muli. Nel porto il facchinaggio era il lavoro più richiesto e il MULO, animale da soma, rendeva l’idea di merito.

Non è improbabile che la parola muglisano, che indica la parlata istriana, sia in realtà MUL-G-L-I-S-AN mulo avere grande qui molti hanno. Tutte le zone carsiche godevano del fatto che i muli, con i loro piedi robusti, fossero i più adatti a quei terreni. M-UL, grande cado me, il suo servizio era per lo più boschivo. Legato alla legna da ardere e al caldo invernale. Era un animale ambito e lo resterà per i millenni successivi fino alla recente sostituzione nell’Esercito Italiano con le moto e i quad. Ancora oggi definire forte come un mulo una persona, è un termine che ogni tanto si sente al pari di “forte come un toro”. Come l’asino MUS, anche il mulo si lega all’approvvigionamento del legname per il fuoco, MUL grande me caldo, mentre MUS molto me caldo.

Sappiamo che i muli in queste zone erano usati fin dall'antichità: Testimonianze riguardanti civiltà paleovenete percorrono sia la letteratura greca sia quella latina sin da Omero. Nel II libro dell’Iliade, per esempio, leggiamo (851 - 855): «Pilemene, cuore di eroe, conduceva i Paflagoni/ di tra gli Eneti, dond’è la stirpe delle mule selvagge,/ quelli che avevano Cìtoro e stavano intorno a Sèsamo,/ e intorno al fiume Partenio abitavano nobili case,/ e Cromna, Egialo e l’eccelsa Eritini». Qui si parla dei Veneti, ma sappiamo che celti e veneti erano culture che di norma si frequentavano portando fino al secolo scorso i muli come simbolo degli celti alpini che erano più avvezzi alle montagne dei veneti di fiume, palude, mare.

I muli sono ibridi ma la parola vera e propria che oggi usiamo per definire un mezzo sangue la si trova in caledone BASTARD, in bretone BASTARD, nel caledone BAS e ARIDE=fornicazione.

Da noi in Friuli rimane uguale a BA-STARD bene fare non superfice unito vicino ↔ fare bene - non vicino superfice unito. Essendo due le parole iniziali credo vadano divise per poterle ribaltare singolarmente. Diventa una sorta di non della stessa stirpe o meglio "non mescolarsi con lui/lei", andava bene per i confinanti indesiderati, per il non condividere un letto o lo stesso suolo. Esiste la versione BA-ST-AR-T superfice fare pianta, non superfice bene fare, che rafforza la traduzione del piantato sulla superfice/fecondato, che non fa bene alla superfice, a questo mondo. Aggiungendo la O in italiano si va ancora di più sul preciso perché si parla di confine/perimetro. Quello che potrebbe essere un ventre gravido. Qui il dettaglio muta se si cambia il gestuale dato che si può usare per una bega tra confinanti, o per il nato da un rapporto al di fuori della propria tribù o cerchia. Come al solito il doppio significato centra il concetto di disprezzo e il gestuale é determinante a capire il contesto di frasi che creeranno parole nuove. Una cosa che mi ha colpito da sempre è che manca il concetto di MALE in queste popolazioni dato che di fatto negano il bene la B. Addirittura nel friulano la persona cattiva è TRIST. Non esiste la parola cattivo. 

Ora facciamo un gioco curioso. Se esiste il BASTARDO esiste il BASTO e la parola BASTA. Sono di fatto molto diverse tra di loro ma se proviamo a raffrontarle scopriamo che hanno la stessa logica di base, solo che partono da parole che si sono spezzate in modo differente a causa della esse che cambia i significati risultanti se sta davanti o dietro ad una lettera. 

Il bastardo lo abbiamo visto ora proviamo con il BASTO= perimetro superfice molto bene fare.

Se uno lo osserva deve solo concordare che ha una superfice molto ben fatta o che va bene fare su di un perimetro che è nulla di meno che la schiena del nostro animale da soma da tutelare. Lo stesso concetto lo si ha con la BOTTE, BOT in friulano. Superfice bene perimetro, se il perimetro della superfice perde addio BOT/BOTTE. Facile notare che sono sempre descrizioni.

Ora proviamo con la parola BASTA che in friulano diventa VONDE. Chi usa questa frase determina un limite caratterizzato da un BA che è un fare bene, una cosa che è ok e uno STA che oggi lo riconosciamo anche nella parola STA-RE. Lo stare o STA di fatto è un fermarsi, che io direi un non superfice fare, non andare a zonzo. Una sorta di fermarsi che unito a BA bene fare, appare come fare bene fermarsi, per l'appunto basta. Come notate tutto è collegato. Il VONDE è iper-chiaro se si è al BAR. Si tratta di una sorta di hai riempito troppo. Acqua sopra vicino essere, VONDE, sei vicino a tracimare. Per quanto ci sembri folle tutte le parole sono interconnesse al punto che pare chiaro che nei millenni si è sedimentata la somma di antichi ragionamenti e punti di vista. Molti studiosi citano termini desueti dicendo che la lingua li abbandona in favore di nuovi termini, ma a mio avviso si sono adottati termini che già erano presenti nel territorio ma hanno avuto più successo. Ciò che realmente muta è la forma nella quale si espongono e gli abbinamenti dei fonemi che creano nuove precisazioni linguistiche. La sonorità di una lingua segue sempre le mode di un popolo. La lingua italiana ha adottato in tempi recenti le vocali come suoni di significato preciso per terminare le parole che prima finivano in consonante. Oggi diciamo che le parole che finiscono con consonante sono tronche ma sarebbe corretto dire che sono matrici.

Nel prossimo post parleremo ancora di animali e di parole celtiche mutate nelle lingue romanze attuali.


I testi sono tratti dal libro LA PASSORD DELLE PAROLE che trovate su AMAZON e non solo.

 


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